MEDITERRANEO : CIMITERO DEI DISPERATI

 

 

Migranti: sommersi e abbandonati

 

 Federico Scarcella , CATANIA , 20.4.2015 “Il Manifesto”

La strage del canale di Sicilia. Su 20 mila persone giunte in Italia, il 10% sono morte. Il procuratore Salvi «Triton crea problemi anche sul piano delle indagini»

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Il corpo di un bambino recuperato dopo il naufragio a Rodi Ieri 150 naufraghi al largo di Rodi. Dopo l’ecatombe di sabato notte al largo delle coste libiche l’Unhcr conta 1.650 vittime in mare dall’inizio dell’anno. Ma neppure la tragica contabilità di una guerra silenziosa che uccide bambini, donne e uomini spinge i governi europei a mobilitarsi per il salvataggio. Politici e autorità scelgono l’inutile raddoppio dell’operazione Triton 

© Lapresse/Reuters/Argiris Mantikos/Eurokinissi

 

Quel bar­cone era un sepol­cro per vivi, con i due livelli infe­riori adi­biti alla «terza classe» dei migranti, quella riser­vata a chi ha i soldi per imbar­carsi ma non per garan­tirsi l’aria da respi­rare e l’acqua, pri­vi­le­gio degli occu­panti dell’unico piano alto.

Giù, negli inferi, la poca acqua for­nita agli asse­tati veniva misce­lata con un po’ di gaso­lio, in modo da farsi pas­sare la voglia di bere. Giù, dice il pro­cu­ra­tore di Cata­nia Gio­vanni Salvi, prima della par­tenza le porte sono state spran­gate, per­ché nes­suno doveva uscire, per­ché ogni movi­mento può met­tere a rischio l’equilibrio dell’imbarcazione, che infatti è colata a picco all’alba di sabato scorso, quando i migranti in coperta si sono spo­stati tutti su una fian­cata alla vista del con­tai­ner por­to­ghese «King Jacob» giunto in loro soc­corso dopo un sos lan­ciato con un tele­fono satellitare.

L’invito a man­te­nere la cau­tela sul numero dei morti, fatto ieri dal pro­cu­ra­tore Salvi, non cam­bia le dimen­sioni della tra­ge­dia: 700 — come detto nell’immediatezza dei fatti — o 900 come ha rife­rito un super­stite dome­nica sera, si tratta comun­que di un’ecatombe.

Se quest’anno su 20 mila per­sone giunte in Ita­lia, quasi 2mila (il 10%) sono morte, ven­gono i bri­vidi a pen­sare cosa ancora potrà acca­dere. Lo scorso anno ne sono arri­vate 170 mila in 12 mesi; nel 2015 le pre­vi­sioni più otti­mi­sti­che ne sti­mano 250 mila.

Sta­volta lo «spread» tra i vivi e i morti è impres­sio­nante: sol­tanto 28 soprav­vis­suti e tra loro anche due migranti che hanno rac­con­tato di essersi «aggrap­pati ai morti per non finire in fondo»; men­tre gri­da­vano, aggiun­gono i soc­cor­ri­tori, «per atti­rare la nostra atten­zione». I 28 super­stiti sono arri­vati a Cata­nia nella tarda serata di ieri sulla nave Gre­go­retti della Guar­dia costiera, che in mat­ti­nata aveva fatto tappa a Malta per lasciare i 24 cada­veri che tro­ve­ranno sepol­tura a La Valletta.

Da noi non c’è più nean­che posto per i morti, e men­tre sono tante le parole in libertà, scar­sis­sima è la libertà di parola, quella che dovrebbe inchio­dare alle pro­prie respon­sa­bi­lità la ricca Europa, che facendo i conti della serva ha fatto in modo che la «costosa» e ben più effi­cace ope­ra­zione Mare Nostrum (9 milioni al mese) fosse sosti­tuita dalla più eco­no­mica Tri­ton (3 milioni al mese). È ancora il pro­cu­ra­tore Salvi a parlare:

«Tri­ton — spiega — crea pro­blemi anche sul piano delle inda­gini, rispetto alla pre­ce­dente ope­ra­zione, e si basa fon­da­men­tal­mente sulle navi mer­can­tili», cioè sui natanti in navi­ga­zione nel Medi­ter­ra­neo, pre­cet­tati e dirot­tati sui «tar­get» man mano indi­vi­duati nelle varie aree. Non solo mer­can­tili, ma anche pesche­recci, come è acca­duto alle cin­que moto­navi di Mazara del Vallo — mari­ne­ria allo stremo per i seque­stri e per la crisi che ha cor­roso l’economia locale — inviati sul luogo del naufragio.

Vin­cenzo Bonanno, coman­dante dell’«Antonino Sir­rato», ha pro­vato una grande delu­sione quando è giunto sul posto, alle quat­tro del mat­tino di sabato scorso, e ha tro­vato «solo giub­botti di sal­va­tag­gio, vestiti, detriti d’ogni genere, una grande chiazza di gaso­lio e… morti. Nes­suno da sal­vare, il mare ha inghiot­tito in fretta 900 per­sone, la popo­la­zione di un paese». A que­sta gente, pronta a sacri­fi­care il pro­prio pane e la pro­pria vita per sal­vare i nau­fra­ghi, lo Stato non ha mai detto gra­zie: «Se salvi qual­che migrante, dopo un paio d’anni qual­cuno orga­nizza una ceri­mo­nia e ti appun­tano una meda­glia sul petto. Mai un rim­borso», dice l’armatore del «Sir­rato» Piero Asaro.

Si fa eco­no­mia e si fanno grandi pro­clami: «Arre­stare gli sca­fi­sti è una prio­rità», dice ancora Renzi, dopo che all’alba di ieri la Dda di Palermo aveva fer­mato un gruppo di eri­trei, etiopi, ivo­riani e Ghanesi.

E in Cala­bria è finito in manette uno sca­fi­sta — rico­no­sciuto per­ché privo di una gamba — che lo scorso 12 aprile, per una mano­vra sba­gliata, aveva pro­vo­cato davanti alle coste libi­che un nau­fra­gio costato la vita a 350 per­sone (150 i soprav­vis­suti). La noti­zia dei 350 morti era stata data dai media senza troppa enfasi, a sot­to­li­neare che anche l’informazione sta facendo il callo ai morti e rive­dendo i pro­pri parametri.

A Palermo la Dda ritiene di aver fatto un colpo grosso. Tra le 24 per­sone coin­volte nell’indagine (10 sfug­giti alla cat­tura) ci sono anche l’etiope Ermias Gher­may (lati­tante dal luglio scorso) e l’eritreo Med­hane Yeh­dego Redae, rite­nuti tra i più impor­tanti traf­fi­canti di migranti che ope­rano su quella che viene chia­mata la «rotta libica». L’organizzazione, con un cospi­cuo sup­ple­mento in denaro, gesti­sce le fughe dei migranti dai cen­tri di acco­glienza ita­liani verso altri paesi Ue, soprat­tutto Nor­ve­gia, Ger­ma­nia e Sve­zia. Si stima che 5mila per­sone si sono rivolte nel solo 2014 al gruppo cri­mi­nale e alcuni hanno pagato con un metodo fidu­cia­rio usato nel mondo arabo, che si chiama «Hawala» e che non lascia tracce, messo a punto parec­chi secoli fa per rag­gi­rare il diritto romano.

Gher­may è accu­sato del nau­fra­gio avve­nuto il 3 otto­bre 2013 davanti a Lam­pe­dusa, in cui per­sero la vita 366 migranti e per il quale è stato con­dan­nato a 20 anni uno sca­fi­sta. Quella strage di un anno e mezzo fa impres­sionò il mondo intero, tanto che la data del 3 otto­bre è stata scelta come Gior­nata per com­me­mo­rare i migranti vit­time di nau­fragi. 366 era una sorta di Linea Magi­not, una cifra non supe­ra­bile per la deva­stante dimen­sione della tra­ge­dia. Oggi i morti sono quasi il tri­plo e le parole di chi ha il com­pito di deci­dere le misure per arre­stare que­sto geno­ci­dio restano le stesse e suo­nano sem­pre più bef­farde: mai più.

 

 

Naufragio a Rodi, centinaia in mare

 Pavlos Nerantzis, 20.4.2015 “Il Manifesto”

Grecia. Sotto gli occhi degli abitanti dell’isola, morte tre persone, un bambino, una donna e un uomo, tutti siriani

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I soccorsi ai naufraghi nell'isola di Rodi 

© Xinhua/La Presse

 

Un bar­cone con almeno 100 migranti a bordo, secondo le prime testi­mo­nianze — all’inizio si par­lava di 200 — è nau­fra­gato ieri mat­tina sulla costa orien­tale di Rodi. La tra­ge­dia que­sta volta è avve­nuta sotto gli occhi sbi­got­titi di decine di abi­tanti e di turi­sti che in quel momento erano sulla spiag­gia di Zephy­ros o pas­sa­vano dalla strada vicina a pochi metri dal porto della città e da alber­ghi di lusso.

Il nau­fra­gio, che è stato addi­rit­tura fil­mato e foto­gra­fato, è avve­nuto in pochi attimi, quando l’imbarcazione, pas­sando inos­ser­vata dalla guar­dia costiera e presa dalle onde, è venuta a sbat­tere con­tro gli sco­gli vicini alla spiazza. La vec­chia barca a vela in legno con due alberi subito si è incli­nata men­tre i migranti a bordo, presi dal panico, sono sal­tati in acqua senza atten­dere i soc­cor­ri­tori. Altri, invece, erano rima­sti aggan­ciati su un grosso pezzo del bar­cone rima­sto a galla tra tanti rot­tami. Due navi della guar­dia costiera e tanti moto­scafi sono giunti imme­dia­ta­mente sul posto, men­tre alcuni rifu­giati che nuo­ta­vano sono stati messi in salvo con l’aiuto di uomini altrui­sti e corag­giosi che si erano but­tati in un mare ancora gelido per sal­vare soprat­tutto donne e bam­bini che urla­vano disperatamente.

Un’ora dopo veni­vano por­tate in salvo 57 per­sone, e recu­pe­rati tre cada­veri, quello di un bam­bino, di una donna e di un uomo. Più tardi la guar­dia costiera ha emesso il suo laco­nico comu­ni­cato stampa: sui 96 por­tati in salvo — sopra­tutto siriani, ma anche etiopi e eri­trei — 63 sono stati accom­pa­gnati alla sta­zione della poli­zia e della guar­dia costiera, e altri 23 sono stati rico­ve­rati all’ospedale locale.
Alcuni man­cano all’appello, ma non è da esclu­dere che il numero dei pro­fu­ghi che erano saliti al bordo sulle coste tur­che fosse minore. Non è stato chia­rito ancora se l’imbarcazione sia stata abban­do­nata dai traf­fi­canti al largo dell’isola, oppure se tra i sal­vati ci sono anche i trafficanti.

Non è la prima volta che que­sto pas­sag­gio di poche miglia dall’Asia minore alle isole gre­che fini­sce in nau­fra­gio. Anzi, ogni anno, a causa del mare mosso — con venti forza 9 e 10 -, cen­ti­naia di per­sone per­dono la vita.
Ora secondo il nuovo pro­getto di assi­stenza di Atene verso i rifu­giati, –il governo greco vuole una nuova stra­te­gia euro­pea per far fronte alla cre­scita dei flussi migratori-, gli extra­co­mu­ni­tari che arri­vano alle isole dell’Arcipelago Egeo ven­gono tra­sfe­riti al porto del Pireo e da lì in tutto il ter­ri­to­rio elle­nico, in strut­ture pronte a rac­co­gliere chi ha biso­gno. Ci saranno, inol­tre, delle pro­ce­dure fast track in modo tale che i rifu­giati pos­sano arri­vare nei paesi che desiderano.

Non man­cano, però, le voci, come quella del sin­daco di Rodi, Fotis Cha­tzi­dia­kos, il quale ieri ha chie­sto un mag­gior con­trollo delle acque ter­ri­to­riali gre­che per il timore non solo di un arrivo in massa di pro­fu­ghi, ma anche di un’ inva­sione turca. Di fatto, a pre­scin­dere dai pic­chi nazio­na­li­sti, il numero dei migranti che giun­gono ogni giorno alle isole dell’Egeo pro­ve­nienti dalle coste tur­che si è mol­ti­pli­cato negli ultimi mesi.
Da metá marzo arri­vano nelle isole gre­che in media 100 rifu­giati al giorno, un numero pari agli arrivi regi­strati nei mesi di picco dell’ estate del 2014. 457 sono stati regi­strati dalle auto­ritá nelle isole del Dode­ca­nesso nel gen­naio scorso (un aumento di 145% rispetto al gen­naio del 2014), 17.500 sono arri­vati in tutto il ter­ri­to­rio elle­nico nei primi tre mesi di quest’anno. Nel marzo del 2014 il numero degli arri­vati risa­liva a 1.185, men­tre quest’anno a 6.500.

Per venti par­la­men­tari della Nea Dimo­kra­tia l’ aumento dei flussi migra­tori è dovuto al fatto che «il neo­go­verno da una parte cata­loga a priori tutti come pro­fu­ghi e non migranti clan­de­stini, e dall’altra ha ral­len­tato le misure di sicu­rezza ai con­fini con la Tur­chia». Anche loro, come il sin­daco di Rodi, chie­dono un raf­for­za­mento delle guar­die costiere senza tener conto che la migra­zione non si affronta con prov­ve­di­menti di polizia.